sabato, ottobre 8

SENTO LA MIA VOCE,

la mia voce! nel rumore del mondo, lasciami questa felicità.
 (...) 
Mi sembra di essere un gigante che con le braccia tiene il pubblico, ma nello stesso tempo non può perdere nessuna tua parola e nessun secondo della tua vista - questo pubblico probabilmente matto, arcistupido e oltre a ciò femmineo, che forse esclama: "Dov'è la moda? Dov'è dunque, questa moda? Ciò che abbiamo visto finora è 'soltanto' Milena". Soltanto, e io vivo di questo "soltanto". 
[Praga, 1.VIII.20]


Uno dei libri che ho letto più volte è la raccolta delle lettere che Kafka scrisse a Milena tra il 1920 e il 1923, pubblicata in Italia da Mondadori nei Meridiani dedicati a Kafka e a un certo punto anche in un Oscar che credo sia in ristampa fantasma da molto tempo ormai. 
Nella raccolta ci sono solo le lettere di Kafka, quelle di Milena forse sono andate perdute o sono in qualche baule con il veto di pubblicarle prima di, proprio come è successo fortuitamente a quelle che Boccioni scrisse a Vittoria Colonna poche settimane prima di morire e che sono state pubblicate da Marella Caracciolo Chia mentre chiudevo la mia tesi, sconvolgendone tutta la mia impostazione basata sull'alienazione cinica boccioniana. 
E c'è un altro libro in cui compaiono solo un gruppo di lettere, è Che tu sia per me il coltello di Grossman, una relazione epistolare di fantasia ispirata dal carteggio kafkiano anche se si sviluppa in modi completamente diversi che hanno come risultato finale il disegno di un personaggio affascinante e contraddittorio e riflessioni pedagogiche permeate di cultura ebraica molto interessanti. Il titolo è proprio una frase che Kafka scrisse a Milena, ma questo l'hanno già detto tutti mille volte.

Io amo i carteggi, ho scritto la mia tesi su un carteggio inedito e ne ho letti tantissimi, interessanti, inutili, melensi, sdolcinati, geniali, univoci, tripli.
Ma questo non so per quale valido motivo è quello che mi ha rapita e che non  riesco a smettere di rileggere, se escludiamo quello della mia tesi che ancora non trovo la voglia di riaprire.

venerdì, ottobre 7

GRAMMATICA = EDUCAZIONE#3





APOCOPE VOCALICA QUESTA SCONOSCIUTA


Ormai è chiaro che ho cambiato vita. Non combatto più con il treno che collega Peyton alla capitale per raggiungere Piazza di Spagna e vedere tante borse firmate. Ora lavoro a Peyton Place. 

Ho guadagnato una marea di tempo libero e lo uso per fare le stesse cose che facevo prima quando ne avevo poco ma con tranquillità. Questo per dire che anche se ora ho tanto tempo a disposizione non ho intenzione di investirlo per cucinare perché sono un caso senza speranza.

Durante questi momenti di svacco ho girato nel web e ho letto di tutto. Alcune cose le ho lette talmente tante volte in così tanti luoghi che mi è quasi venuto il dubbio che la realtà sia veramente diversa da come l'ho sempre considerata io. 

In questo periodo per esempio ho letto molti post sulle fashion weeks. Cose scandalose che fanno male.  Errori di grammatica e di sintassi che pugnalano al cuore. Punteggiatura inopportuna quanto un dito nella presa della corrente. Capacità argomentativa evidente come un neutrino a occhio nudo (so cos'è un neutrino da circa una settimana e non vedevo l'ora di usarlo).
Questo festival degli orrori per fortuna non è generale, è quasi del tutto generale. Se escludiamo testate di esperti di moda con contratto a tempo indeterminato e articoli rivolti agli addetti ai lavori si salva solo una cosa scritta nel web per la Santa Asinità di cui orgogliosamente faccio parte, e cioè un post in un blog scritto in italiano sempre eccellente e con ironia e autoironia mai stucchevoli. Il blog è Ma ti sei vista?.

Detto questo uno degli orrori più diffusi degli ormai molto più che diffusi aspiranti giornalisti è l'uso sconsiderato, continuo, naturale, incurante, agghiacciante di qual è con l'apostrofo.


Qual è non è qual'è


L'apostrofo è un segno. Serve in caso di elisione per distinguere le due parole che divide(per esempio l'uomo). 


L'apocope vocalica, cioè la norma scolastica per cui qual è si scrive qual è, è diversa dall'elisione, quel fenomeno di caduta della vocale che implica l'uso dell'apostrofo.
Serianni (I, 87, Utet 1991) spiega che l'apocope vocalica si produce anche davanti a consonante come in buon vecchio e buon amico, per cui è corretto scrivere buon anno come lo è scrivere buon'amica, perché buon vecchia non esiste. 
Quando c'è elisione, perciò, serve l'apostrofo, nel caso dell'apocope invece no perché la parola ha una sua identità a prescindere dalla vocale che manca.


Dunque proprio perché esiste qual vita, qual monte e qual buon vento si deve scrivere qual è senza apostrofo, così come poiché non si dice pover cielo si deve scrivere pover'uomo.


In realtà Serianni ci dice dove si può trovare pover cielo ma capite, è Dante, e tra l'altro ho fatto due conti per i fatti miei e se ci avesse messo anche la 'o', a pover, sarebbero state dodici sillabe e addio amore di endecasillabo.
E poi Dante mica era un aspirante giornalista, era solo un poeta.


Vi lascio con l'endecasillabo con apocope vocalica incriminata che giustamente Dante, con coerenza di autovalutazione, mette in Purgatorio (VI,2):


Buio d'inferno e di notte privata
d'o/gne/ pia/ne/to/, sot/to/ po/ver/ cie/lo/,
quant'esser può di nuvol tenebrata,
non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,
che l'occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s'accostò e l'omero m'offerse.

giovedì, ottobre 6

METTERE UNA SVEGLIA SULL'IPAD

è cosa buona e giusta. Dimenticarsi di averla messa dovrebbe essere la ragione per cui si mette una sveglia e quindi conseguenza naturale e prevedibile. Poi è bello ricordarsi di una cosa di cui ci si era dimenticati. Buona ciotola!


martedì, ottobre 4

GRAMMATICA = EDUCAZIONE#2



IL FEMMINISMO DILAGA INCONSAPEVOLE DOVE NON SERVE

Il mio professore di Storia della Lingua Italiana, Erasmo Leso, usava sempre la parola "roba", proprio come Hugo, quello di Lost, diceva sempre "coso" al posto dei nomi.
Diceva anche che la grammatica è educazione. Parlare e scrivere in modo corretto significa permettere all'interlocutore di capire completamente e senza fraintendimenti quello che stiamo dicendo o che abbiamo scritto. Se ci permettessimo di fare errori ed errori diventerebbe una nuova Torre di Babele proprio come quella descritta in quel libro interessantissimo che spiega la mitologia occidentale.


Entrambe

Ci ho provato. Ho provato a fare come Bishop, quello di Fringe, ho provato a pensare-oltre per poter superare la barriera di quello che noi definiamo verosimile o semplicemente "realtà". 
Ma non ce l'ho fatta, non sono riuscita a dimostrarlo: no, entrambe è e rimarrà un aggettivo, cioè declinabile, mutevole nella sua desinenza, parte variabile del discorso. Non c'è modo di giustificare il suo uso come avverbio, cioè parte invariabile del discorso.

Entrambe è e resterà questo in analisi grammaticale: aggettivo o pronome numerativo femminile (plurale).

La menata delle concordanze è utilissima per i bambini quando fanno l'analisi grammaticale di nome, articolo e aggettivo e pronome. Nome, articolo e aggettivo/pronome dello stesso gruppo di significato concordano tra loro nel genere e nel numero: saranno tutti maschili o tutti femminili, tutti plurali o tutti singolari, è impossibile sbagliarsi. E se un alunno non sa dire se un nome è maschile o femminile deve semplicemente provare a metterci davanti l'articolo, di cui è più facile ricordare il genere.

Entrambi/entrambe deve dunque concordare con i nomi a cui si riferisce (o che sostituisce, se ha funzione pronominale). 
Il Serianni specifica che "entrambi ammette il femminile entrambe" mentre "ambedue è invariabile nell'italiano contemporaneo".
Sul sito dell'Accademia della Crusca viene spiegata la regola delle concordanze proprio sotto la voce entrambe per rispondere al dubbio che sia di genere femminile o neutro. Mi viene da pensare che Serianni consideri quasi illegittimo tale dubbio, al giorno d'oggi, dato che non si pone nemmeno il problema.
Tuttavia l'Accademia specifica questo:

prevede una forma maschile "entrambi" che, come avviene anche per gli aggettivi, viene usata anche nel caso che i due oggetti di riferimento siano uno di genere maschile e uno di genere femminile (es. Marco e Maria hanno 8 anni: entrambi frequentano la terza elementare"), e una forma femminile "entrambe" che si adopera quando il sostantivo cui si riferisce è di genere femminile (es. "entrambe le volte") o quando si rimanda a due oggetti (o persone) diversi, ma ambedue di genere femminile (es. Marta e Maria... entrambe frequentano la...).

Mi pare assurdo dover ancora spiegare come funziona l'italiano: al di là delle proteste femministe che ogni tanto rispuntano, quando si ha un oggetto maschile e uno femminile l'aggettivo, riferito a entrambi (appunto), va declinato come maschile.


Entrambi fa parte di quella che il Serianni chiama "la costellazione dei numerativi per 2" che indicano due membri di un organismo unitario. 
Nel paragrafo su questa "costellazione" (VI, 42, Utet 1991) definisce "entrambi" e "ambedue" come aggettivi o pronomi tipici del linguaggio scritto o del parlato formale e spiega che Manzoni decise di sostituirli con un tutt'è due decisamente più familiare e che nella stesura finale dei Promessi Sposi sopravvisse un solo entrambi.

Perciò mi chiedo, con fastidio e spesso ingiustificata ma reale intolleranza, perché tanti giovani sparsi nel web che coltivano blog nella speranza esplicita di diventare giornalisti fanno continuamente errori come questo e non lo sanno? Sembrano scelte vere e proprie, convinzioni. Qualcuno (e più di qualcuno)crede  che l'italiano sia questo e nel caso di entrambe riferito al maschile ho il terribile sospetto che credano sia "più corretto" o "più elegante" o addirittura "aulico".  
Non credo serva consigliare di avere un vocabolario a portata di mano per fugare i dubbi, è come se a me dicessero di cercare sul vocabolario come si scrive "cane", sono assolutamente certa di scriverlo correttamente e non lo cercherei mai.

Allora, vista l'esistenza di entrambi mi chiedo perché non usarlo. Forse non solo credono che entrambe sia l'unica forma esistente di questo aggettivo numerativo ma anche che sia addirittura un avverbio? 
Penso che sarebbe già troppo attribuire un pensiero così articolato a chi usa entrambe concordato a sostantivi maschili. 
Perciò è addirittura fantascienza credere che possano averlo scambiato per una forma popolare come "ambedue" che ha inglobato, nel tempo, l'uso di ambidue. Ma si sa che gli aggettivi numerali ("due") sono invariabili pur essendo aggettivi perciò la forma "ambedue" diventata invariabile è più credibile.

Detto questo, ricapitolando l'assurdo, entrambe si usa con i sostantivi femminili, entrambi per i sostantivi maschili o quando compaiono più sostantivi di cui almeno uno di genere maschile.


domenica, ottobre 2

MA MIO MORBIDUS

è il re del cortile che ormai è una piccola Peyton dei gatti.
Mio Morbidus è un figo, si aggira bianco, elegante e strapeloso, è un po' snob ma è un buono. Da subito è stato addestrato come giovane Jedi per combattere contro GattoZombie ma fino a ora non ha mai dovuto usare La Forza perché GattoZombie lo osserva da lontano. 

Nel frattempo sono arrivati Gina e Rufus. Gina è amica di Mio Morbidus che la tratta talvolta con affetto e talvolta con sufficienza e superiorità. Tra Mio e Rufus, invece, c'è totale indifferenza.
Ogni tanto compare GattoStriato che attenta alle ciotole di Gina e Rufus e cerca di provocare Mio Morbidus che, da bravo Jedi pacificatore, non raccoglie. 










RUFUS E GINA

Non sono diventata una gattara. 
Ma da quando nel cortile sono arrivati (passivamente, visto che qualche genio deve averli "gettati" qui quando avevano meno di un mese) ho il tormento. Mi aspettano sulla soglia al mattino quando mi sveglio e anche quando torno dal lavoro e ogni volta che verso i croccantini nelle loro ciotole soffiano anziché ringraziarmi. Credo preferiscano i pappozzi nelle scatolette ma Il Petrella, il mio veterinario, mi ha spiegato che i croccantini favoriscono l'igiene orale. E Il Petrella è il mio guru dei gatti!





sabato, ottobre 1

RITRATTO

In un momento di vanità e autocelebrazione pubblico ritratti di me opera di Angelica, Beatrice e Francesca.
Non uso diverse parrucche: al di là delle apparenze sono stati fatti lo stesso giorno nello stesso momento.